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martedì 19 giugno 2012

IL P.I.L. (prodotto interno lordo) - Tratto da "Non è crisi, è truffa!"





CAP.1 - IL P.I.L. (Prodotto Interno Lordo)

Il Pil misura qualunque cosa, tranne ciò per cui vale la pena vivere.
(Robert Kennedy)

Quasi quotidianamente ascoltiamo dai media che il nostro PIL  è aumentato o sia diminuito rispetto al mese, al trimestre o all’anno precedente, oppure lo ritroviamo confrontato col nostro debito pubblico, altrimenti ancora col PIL degli altri Paesi.
Ma in realtà cos’è questo famigerato PIL, a cosa serve?
In teoria il PIL, prodotto interno lordo, è quell’indice economico che viene preso come riferimento per valutare la crescita (o decrescita) di un Paese; per essere più precisi, esso è una grandezza aggregata macroeconomica che esprime il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all'interno di un Paese in un certo intervallo di tempo e destinati ai consumi finali, agli investimenti o alle esportazioni nette.
Il PIL è detto ‘interno’ in quanto comprende il valore dei beni e servizi prodotti all'interno di un Paese, anche se a produrli si tratta di un impresa estera; è detto ‘lordo’ perché è comprensivo degli ammortamenti[1] .
Esistono due misure del PIL per l’Italia: il PIL nominale, o in euro correnti, e il PIL reale, o in euro costanti.
Il PIL nominale misura il valore della produzione ai prezzi del periodo in cui è stata ottenuta; il PIL reale, invece, misura la produzione di un periodo ai prezzi di un qualche anno base. Il 1995 costituisce attualmente l'anno base nella misurazione del reddito reale dell'Italia.
Ma questo PIL è veramente un indice rappresentativo  per esaminare la ricchezza di un Paese come vogliono farci credere?
Purtroppo no. Esso è un indice non realistico che, seppur continuamente menzionato in statistiche o da giornalisti e politici in programmi televisivi, non rispecchia tuttavia la reale crescita (o decrescita) del Paese.
Il motivo di questo sfasamento dalla realtà è dovuto al fatto che il P.I.L., oltre a non calcolare tutte le transazioni fatte a titolo gratuito (infatti non considera la consistente fetta del no-profit), considera soltanto le poste in gioco positive della produttività, e non quelle negative.
Facciamo degli esempi pratici.

domenica 13 maggio 2012

LA SUPER BOLLA DEI DERIVATI



JP Morgan, una delle banche commerciali più potenti al mondo, ha ammesso di aver usato i derivati in maniera così aggressiva da perdere due miliardi di dollari in sole sei settimane.
Non è l'unica banca ad avere derivati spazzatura in cassaforte, ma è seguita da una scia di altre banche commerciali, Comuni e fondi di investimento che per adesso continuano a tacere sull'ammontare di codeste sostanze tossiche di cui sono in possesso.

Era circa un anno fa (Banche indagate sui derivati - aprile 2011) che descrivevo i derivati come strumenti altamente speculativi e scambiati nella più totale assenza di regole.
Scrivevo che i derivati non sono altro che delle "scommesse": si scommette che il prezzo dei cereali aumenterà o che quello Stato dichiarerà bancarotta e il tutto viene ben confezionato sotto forma di polizza.
In pratica, si tratta di un accordo tra due parti: un acquirente (detto CDS buyer) e un venditore (detto CDS seller) mediante il quale il venditore si impegna, in cambio di un premio rateale versato dall’acquirente, a pagare una determinata cifra nel caso che ci si trovi di fronte a un credit event, ovvero l’impossibilità di pagare da parte del debitore terzo. In termini molto semplici i CDS sono una sorta di assicurazione sull’insolvenza di un emittente e infatti sono spesso usati proprio con la funzione di polizze assicurative o coperture per chi sottoscrive un’obbligazione.
Non esistono borse ufficiali dove questi strumenti vengono scambiati: gli operatori di banche e fondi comprano e vendono queste polizze chiamandosi l'un l'altro al telefono. I prezzi non sono noti, gli spread denaro/lettera neppure. Si conoscono le informazioni statistiche, medie. Ma nessuno sa veramente cosa avvenga ogni giorno su questo mercato.